Portrait | Autorentexte

Hommage an Andres Pfaeffli

Autor*in

Alberto Chollet

Datum

14. Januar 2021

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Andres Pfaeffli

Wer zur Ventura Film fahren will, verlässt die Autobahn in Mendrisio, lässt die diversen Verzweigungen und Industriebauten der Campagna Adorna hinter sich, durchquert die Montagna Viertel und fährt weiter bis nach Meride, einem 300-Seelendorf inmitten der Natur. Das Büro von Elda und Andres ist auch ihr Heim. Hier haben sie drei Jahrzehnte lang gelebt und gearbeitet und gut achtzig Filme produziert: Erstlingswerke, Kurzfilme, Spielfilme, Dokumentarfilme, Geschichten für Kino und Fernsehen, die an Festivals und auf TV-Bildschirme der ganzen Welt gelangten.

Warum Andres Produzent geworden ist, weiss ich nicht. Er hat es mir nie erzählt. Nach seinem Geschichts- und Romanistikstudium in Zürich ist er ins Tessin gezogen. Er hatte als Standfotograf, Verleiher und Produktionsleiter gearbeitet. 1988 erschien sein erster Film, bei dem er Regie geführt hatte: «Mario Botta – Senza luce, nessuno spazio», gefolgt von «Point de vue», den er 1991 zusammen mit Bernhard Lehner realisiert hat. 1991 ist auch das Gründungsjahr der Ventura Film, die er mit dem neuen EAVE-Diplom in der Tasche (European Audiovisual Entrepreneurs) und mit Eldas Mitwirkung eröffnete. Wir haben uns wenige Monate später kennengelernt, als er in seiner Rolle als Regisseur und Produzent die Arbeit an seinem ersten Spielfilm «Terra bruciata» begann.

In jenen Jahren wurde das unabhängige Filmschaffen im Tessin von einer kleinen Gruppe talentierter und begeisterter Pioniere vorangetrieben. Es wurde sehr wenig produziert und die Chancen auf eine einigermassen angemessene Finanzierungshilfe waren verschwindend klein. Man musste fest daran glauben und Andres steckte seine ganze Kraft und Energie in dieses Abenteuer, in einen Beruf, der sich erst noch behaupten musste und immer noch um Anerkennung rang. Wie jeder Produzent dachte er in zwei Kategorien: Budget und Inhalt. In jedem Projekt spürte er die kritischen Punkte auf, jene, die wir oft nicht als solche anerkennen wollen, weil sie konfliktbeladen oder schwer umsetzbar sind. Er liess nicht locker, bis er den Sinn einer Geschichte oder eines Themas eingehend analysiert und verstanden hatte. Auch in der Filmpolitik blieb er hartnäckig. Er hat trotz Zweifeln und Einwänden aus den Reihen der eigenen Branche für die Einführung von «FilmPlus Ticino» gekämpft, das heute zum unerlässlichen Finanzierungsinstrument geworden ist.

Andres steckte seine ganze Kraft und Energie in dieses Abenteuer, in einen Beruf, der sich erst noch behaupten musste und immer noch um Anerkennung rang.

Alberto Chollet

Man konnte mit Andres über alles reden. Oder besser, man konnte über Filme reden und beim Gespräch über Filme redete man schliesslich über alles. Er war nicht sehr redselig. Er hatte eine besondere Art, Diskussionen anzufangen und auch dann weiterzuführen, wenn alle Beteiligten dachten, es gäbe keine weiteren Argumente mehr und er sei nun endlich überzeugt. Hinter seinem scheinbar distanzierten Wesen glühte eine wahre Leidenschaft. Als ich noch bei RSI arbeitete, war ich oft auf Arbeitsbesuch in der Ventura Film in Meride, wo Elda und Andres an Dossiers und Finanzierungsplänen herumfeilten, Pläne für Filmequipen, Schnitt, Castings, und Recherchen aufstellten, Festivalkandidaturen und Kinopremieren organisierten. Nach getaner Arbeit wechselten wir vom Büro in die Küche, wo Elda und Andres am Herd gegeneinander antraten. Beim Essen und bei einem Glas Wein redeten wir wieder über allerlei, das heisst über fertiggestellte Filme, über geplante Filme und über Filme, die es noch zu erfinden galt. Ich habe den leisen Verdacht, dass sein Wunsch Produzent zu werden, zum Teil auch von Leo Pescarolo entfacht wurde. Der bekannte italienische Produzent und Gastronom hatte ihm nämlich an einem EAVE-Kurs gesagt: «Wenn du mit dem Filmemachen reich werden willst, vergiss es. Bei diesem Beruf verarmen die meisten. Wenn du aber ein Feinschmecker bist, dann kann es sich lohnen, denn man isst immer gut und man wird immer irgendwo eingeladen».

Als ich meinen Job wechselte, haben wir uns etwas aus den Augen verloren. Die Besuche in Meride wurden seltener. Es vergingen Jahre, ohne dass wir es merkten. Wie es eben so geht. Und dann plötzlich geschieht etwas, das man nicht erwartet hat und das einen zwingt, zurückzuschauen und Bilanz zu ziehen. Während seinem endlosen Spitalaufenthalt haben wir telefoniert. Er war müde, ausgelaugt von den Therapien, aber seine Gedanken drehten sich immer noch um die Dinge, die es zu tun gab und jene, die er gerne noch getan hätte. Und dann unterbrach er mich. Elda hatte ihm die Zeitungen gebracht und er wollte sofort die Besprechung ihres Films lesen, der gerade ins Kino gekommen war. Solothurn ehrt diesen leidenschaftlichen Produzenten mit einem anderen grossen Film: «Le quattro volte» (Vier Leben) von Michelanglo Frammartino. Vielen Werken und Autoren aus dem Filmkatalog von Ventura stand Andres nahe, dieser Film jedoch zeugt von besonderem Mut und einer aussergewöhnlichen Weitsicht. Mit seinen abgeklärten Bildern, seiner Filmmusik bestehend aus Windgeräuschen, Ziegengemecker und vereinzelten Glockenschlägen erzählt «Le quattro volte» aus dem Leben, er zeigt uns unseren Platz auf dieser endlosen Reise und regt uns mit Anmut und Humor zum Nachdenken über unsere unabwendbare Einsamkeit an.

 

Text in Originalsprache:

Omaggio a Andres Pfaeffli

Per andare alla Ventura Film bisogna uscire dall’autostrada a Mendrisio, superare il nodo di svincoli e capannoni industriali che puntellano la Campagna Adorna e poi prendere la strada che va verso i quartieri della Montagna, fino a Meride, un villaggio di trecento anime immerso nel verde. L’ufficio di Elda e di Andres è anche la loro casa. Qui hanno vissuto e lavorato per tre decenni e qui hanno prodotto un’ottantina di film: opere prime, cortometraggi, lungometraggi, documentari, storie per il cinema e per la televisione, approdate nei festival e sulle onde hertziane di tutto il mondo.

Perché Andres sia diventato produttore, non lo so. Non me l’ha mai detto. Era sbarcato in Ticino negli anni ottanta, dopo gli studi di storia e romanistica all’Università di Zurigo. Aveva lavorato come fotografo di scena, distributore e direttore di produzione. Nel 1988 è arrivato il suo primo film come regista:  «Mario Botta - Senza luce, nessuno spazio», seguito da «Point de vue», del 1991, realizzato con Bernhard Lehner. Proprio quell’anno, fresco di diploma EAVE e con la complicità di Elda, ha aperto la Ventura Film. Le nostre strade si sono incrociate pochi mesi dopo quando, come regista e produttore, ha iniziato a preparare il suo primo lungometraggio di finzione, «Terra bruciata».

Il cinema indipendente in Ticino, in quegli anni, era animato da un manipolo di pionieri talentuosi ed entusiasti. Le produzioni erano rare, e le possibilità di un finanziamento perlomeno adeguato erano ridotte al lumicino. C’era un grande bisogno di crederci e Andres ha investito tutte le proprie energie in quell’avventura, in un mestiere che ancora faticava ad affermarsi e a essere adeguatamente riconosciuto. Come tutti i produttori, aveva due teste: una per i budget e l’altra per i contenuti. Sapeva scovare i punti critici di un progetto, quelli che spesso evitiamo di riconoscere come tali perché conflittuali o troppo difficili da risolvere, e insisteva per capire e approfondire il senso di una storia o di un tema. Anche nell’ambito della politica cinematografica poteva essere parecchio testardo: ha lottato per introdurre Film Plus in Ticino, uno strumento di finanziamento diventato essenziale, e questo malgrado i dubbi e le esitazioni di una parte della branche.

Andres ha investito tutte le proprie energie in quell’avventura, in un mestiere che ancora faticava ad affermarsi e a essere adeguatamente riconosciuto.

Alberto Chollet

Con Andres si poteva parlare di tutto. O meglio, si poteva parlare di cinema, e parlando di cinema si finiva per parlare di tutto. Non è mai stato di molte parole. Aveva un suo modo di iniziare un discorso e un suo modo di portarlo avanti, anche quando tutti pensavano di aver ormai esaurito ogni argomento e di averlo convinto. C’era una passione vera che covava sotto quel suo aspetto di apparente distacco. Quando ancora lavoravo alla RSI sono stato spesso in visita di lavoro nell’ufficio della Ventura a Meride, dove Elda e Andres «cucinavano» dossier e piani di finanziamento, coordinando équipes di ripresa e montaggi, castings e ricerche, candidature ai festival e prime cinematografiche. Si parlava di lavoro e poi, dall’ufficio, si passava alla cucina vera e propria, dove Elda e Andres si sfidavano ai fornelli. Mangiando e bevendo si ricominciava a parlare di tutto e cioè: dei film già fatti, di quelli da fare e di quelli ancora da inventare. Ho il sospetto che parte del suo desiderio di diventare produttore sia legato a un suggerimento di Leo Pescarolo, un grande produttore e gastronomo italiano. Lo aveva incontrato durante i corsi EAVE e gli aveva detto: «Se vuoi fare film per diventare ricco, scordatelo. Questo mestiere non fa che impoverirti. Ma se ti piace la cucina, allora è un altro discorso. Si mangia sempre bene e le occasioni non mancano mai».

Quando ho cambiato lavoro ci siamo persi un po’ di vista. Le visite a Meride si sono diradate. Parecchi anni sono volati via e nessuno se n’è accorto. È sempre così. Poi, improvvisamente, succede qualcosa che non ti aspetti, e allora sei costretto a fare i conti, a guardarti indietro. L’ho sentito al telefono, durante la sua infinita degenza in ospedale. Era stanco, sfinito dalle cure, eppure aveva sempre un pensiero rivolto alle cose da fare e a quelle che, ancora, avrebbe voluto fare. A un certo punto mi ha interrotto. Elda gli aveva appena portato il giornale e lui voleva leggere subito la recensione di un loro film appena uscito nelle sale. Soletta rende omaggio a questo produttore appassionato con un altro grande film: «Le quattro volte», di Michelangelo Frammartino. Nel catalogo Ventura sono molte le opere e gli autori a cui era vicino. Questo film è però la testimonianza di un coraggio e di una visione del tutto particolare. Con le sue immagini misurate, con la sua colonna sonora fatta di vento, del belato delle capre e di pochi rintocchi di campana, «Le quattro volte» ci parla della vita, del nostro posto in questo viaggio che non è mai infinito, e ci aiuta a riflettere, con grazia e humour, sulle nostre inevitabili solitudini.

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